L’eredità del Sessantotto: guerra alla meritocrazia
Il Sessantotto, pur avendo giocato un ruolo positivo nella rimozione di alcuni miti e pregiudizi culturali, ha avuto anche un profondo effetto negativo: ha oscurato la meritocrazia, anzi le ha dichiarato guerra. L’ideologia egualitaria ha finito per cancellare lo strumento principale a disposizione dei meno abbienti per emergere: in questo il Sessantotto ha gettato le basi per un sistema radicalmente iniquo. Bandito il criterio del merito, i figli di notai, ingegneri, medici, avvocati e professori universitari sono diventati a loro volta notai, ingegneri, medici, avvocati e professori universitari. Più di quanto non accadesse prima del 1968. In Francia, un Paese non certo di destra e baluardo dell’anti-americanismo, la meritocrazia nelle Grandes Ecoles è rigidissima, e infatti tutto si può dire della Francia tranne che non produca un eccellente classe dirigente formata dai più meritevoli, indipendentemente dal censo.
La meritocrazia in Italia vale poco. Lo constatiamo nel lavoro pubblico e nel lavoro privato, e prima ancora nelle Scuole e nelle Università. I dati relativi all’età media dei docenti universitari italiani, pubblicati nel gennaio 2007 sul “Corriere della Sera” da Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, sono strabilianti: tra oltre 18.000 cattedratici solo 9 hanno meno di 35 anni; 3 su 10 hanno più di 65 anni. L’Università italiana e la Scuola in generale non sono più in grado di produrre capitale umano adeguato, perché funzionano pessimamente. Anche nella scuola, come nel mondo del lavoro, la mancanza di competizione significa difesa della lobby degli insegnanti.
E allora, che fare?
Il solo modo per salvare università e scuole è metterle in concorrenza l’una con l’altra. Dovrebbe essere ormai chiaro, grazie anche ai lavori convincenti e mai dimostrati errati del professor Perrotti dell’Università Bocconi, che il difetto della nostra Università e della Scuola in generale non è la mancanza di fondi pubblici, ma l’impossibilità di creare gli incentivi corretti, licenziando gli insegnanti, ricercatori e professori incapaci o, se non altro, pagandoli molto meno dei loro colleghi più produttivi. Quando negli anni Ottanta Margaret Tatcher incoraggiò i professori più anziani ad accettare un modesto incentivo economico per ritirarsi, la sinistra italiana, compresa quella parte riformatrice che l’ha rivalutata (vent’anni dopo), disse cha la Tatcher stava distruggendo le Università inglesi. Invece con parte del denaro risparmiato le Università assunsero docenti giovani, e furono libere di pagare meglio quelli più bravi. Cominciò così la rinascita delle Università inglesi che oggi sono le migliori d’Europa, e ben competono con quelle americane.
La situazione non è molto diversa nella scuola primaria e secondaria, dove spendiamo per allievo più di ogni altro Paese dell’Ocse, abbiamo il maggior numero di insegnanti in rapporto al numero di studenti, e ciononostante una percentuale bassissima di diplomati. In tutti i test di letteratura, matematica, logica, gli studenti italiani ottengono punteggi inferiori alla media Ocse. I risultati sono particolarmente sconsolanti nel Mezzogiorno, dove il divario nel livello di apprendimento rispetto al resto d’Europa è significativo già a partire dalla scuola primaria, e tende ad aumentare negli anni successivi: nel Mezzogiorno un quindicenne su cinque versa in una condizione di “povertà di conoscenza”, che è l’anticamera della povertà economica.
Investire più soldi pubblici in questo sistema educativo semplicemente non serve. Non è con una pletora di dipendenti pubblici che si migliora l’efficienza della pubblica amministrazione, e non è con una pletora di insegnanti e bidelli che si rende la scuola migliore. Se un insegnante non ha alcun incentivo salariale o di carriera e non affronta nessun rischio di licenziamento, non farà nulla per migliorare il proprio lavoro. Introdurre questi incentivi non costerebbe nulla, anzi il licenziamento degli insegnanti inadeguati farebbe risparmiare quei soldi necessari per premiare i docenti più meritevoli. Invece nella sua Finanziaria il Governo Prodi ha stabilizzato (ovvero resi illicenziabili) 60.000 insegnanti senza alcun criterio di merito, in un Paese a bassissima natalità.
Un tentativo di riforma, sia pure edulcorata, per introdurre la valutazione dei docenti fu fatto nel marzo 2004 dal ministro Moratti con un decreto legislativo, ma incontrò subito la resistenza della lobby degli insegnanti. Invece è proprio il ridimensionamento dell’influenza corporativa dei docenti la strada da seguire. Una volta messe in concorrenza tra loro, si dovrebbe concedere molta più autonomia alle singole scuole nelle assunzioni degli insegnanti, perché appunto i migliori vengano premiati e il merito diventi il criterio guida per chi ha il compito così delicato di restituire al Paese giovani preparati, motivati e ambiziosi.
Tra equità e efficienza? Il merito
Infine, poniamoci una domanda per così dire “etica”. È desiderabile una società nella quale, come negli Usa o in Gran Bretagna, i differenziali salariali tra coloro che lavorano sulla frontiera della tecnologia e i “comuni mortali” o semplicemente i meno dotati di intelligenza, si allarghino? La risposta è che la discriminazione fondata sul merito è certamente preferibile a quella fondata sul censo. Se la meritocrazia produce disuguaglianze giudicate troppo estreme, le si può in parte correggere con un sistema di tassazione e di welfare efficiente. Cosa che in Italia è ancora un miraggio.
In Italia insomma non abbiamo né un sistema fondato sulla meritocrazia né un sistema fondato sull’uguaglianza; viviamo una anomalia inquietante in cui prevalgono sia l’ingiustizia che lo scarso merito. Ciò che serve è l’esatto opposto, premiare il merito proteggendo chi davvero ne ha bisogno: questa è vera giustizia. La sinistra è terrorizzata dall’idea di toccare certe lobby e certi mostri sacri culturali come il “diritto allo studio”, che di fatto cela una profonda mediocrità, e finisce per difendere l’ineguaglianza e l’inefficienza.
La prima parte è stata pubblicata nel numero 185 di sabato 1° novembre, ed è disponibile qui
Nota:
(*) La fonte è La meritocrazia è di sinistra, di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi.
a cura di
Antonino Armao
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2 risposte ↓
1 Scuola e Università: quello che nessuno ha il coraggio di dire / prima parte (*) // Nov 15, 2008 at 14:47
[...] L’eredità del Sessantotto: guerra alla meritocrazia; E allora, che fare?; Tra equità e efficienza? Il merito. La prima parte dell’articolo è stata pubblicata nel numero 185 di «Arezzo», la conclusione nel numero 186 e potete recuperarla qui. [...]
2 liberamente // Nov 17, 2008 at 17:24
alcune considerazioni:
da quello che mi ricordo il “68″ c’è stato un po’ in tutto il mondo, in francia in particolare è stato forse più forte che in italia cosi’ come in usa e anche in england non hanno schersato.
la sinistra non ha mai governato in italia, se ha governato anche indirettamente, la scuola e’ sempre stata appannaggio di altre aree politiche (i ministri e dirigenti intendo).
qualcosa non torna nel ragionamento del signor Armao: o in italia siamo più str… di altri, o chi ha governato la scuoala aveva interesse nel dequalificarla, o la sinistra ha un potere cosi’ forte in italia che anche non governando riesce a decidere i destini del paese.
per quanto riguarda il diritto allo studio rimando ache io a quanto scritto per la parte 1 dell’intervento.
P.S: il governo prodi avrà stabilizzato 60mila precari senza concorso ma il precedente ha assunto 25mila insegnanti di religione….chi è senza peccato scgli la prima pietra!!
P.S.S.:
per la meritocrazia non ci sono dubbi che debba diventare il parametro d’eccellenza eppero’ la vita di uno studente lavoratore…di un fuori sede figlio di operaio o impiegato …non puo’ essere paragonata in termini di opportunità e serenità a quella di un figlio di..che magari tra un’equazione e un paio di pagine di filosofia per rilassarsi si tuffa nella piscina coperta della propria villa o no?
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