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Marco Bianchini: il western è di casa ad Arezzo

Thursday, 23 October, 2008 · Nessun Commento

Caro Marco, che significa passare da Mister No a Tex, due colossi inossidabili in ogni caso, e come ci si passa, artisticamente parlando?
«Ho disegnato Mister No per vent’anni esatti, la mia prima vignetta è del febbraio 1985 mentre ho completato l’ultima nel luglio 2005. Questo periodo raccoglie praticamente quasi tutta la mia vita professionale. Disegnare Mister No mi ha così influenzato che a volte mi sono trovato a dire e pensare frasi che potevano appartenergli. Del resto ho vissuto con lui per nove ore al giorno per vent’anni!

Aretini alla corte di Sergio Bonelli: Marco Bianchini e Fabio Civitelli

Passare a Tex è stato faticoso, in un primo momento, affrontare un personaggio così famoso mi incuteva un timore reverenziale, dovuto al desiderio di realizzarlo al meglio delle mie possibilità. Un vantaggio è stato il mio stile classico, che ben si addice allo stile grafico tradizionale con cui sono state realizzate la gran parte delle storie di Tex. Sono ormai tre anni che ci lavoro, e adesso sono piuttosto contento di quanto fatto, visto che la casa editrice è molto soddisfatta. L’impegno è comunque grandioso».
Tex ha compiuto 60 anni… Cosa ci dobbiamo attendere dall’evento?
«So di una bellissima mostra sugli illustratori italiani che hanno realizzato opere magnifiche sul West, è a Lucca e durerà sino a ottobre. In questo ambito è stata allestita una mostra sui disegnatori di Tex che vedranno pubblicate le loro storie nel 2008, oltre alle altre ci sono anche le tavole originali mie, di Civitelli e di Rossi, tutti disegnatori aretini. Oltre ovviamente al numero speciale a colori illustrato dall’aretinissimo Fabio Civitelli».Il numero speciale di Tex interamente a colori illustrato da Fabio Civitelli
Riuscirà a realizzare un evento legato al “compleanno” il Comune di Arezzo? Se sì, come, dove, quando?
«Anche su questo non so nulla di definitivo, certo si potrebbe almeno organizzare una mostra sui disegnatori aretini di Tex. Ad Arezzo ci sono ben tre disegnatori della serie regolare, varrebbe la pena di farlo sapere!».
Ho avuto il piacere di vedere la mostra in onore di Tex a Faenza e un documentario realizzato da Samantha Casella, bravissima professionista. Mi sembra che emerga un ritratto del disegnatore di Tex come un artista meno libero rispetto ai colleghi che lavorano agli altri personaggi Bonelli…
«C’è del vero. Il personaggio è particolarmente legato a Sergio Bonelli, alla famiglia Bonelli, e a uno stile grafico molto ben impresso a suo tempo da Galeppini, in arte Galep. Non ci si può quindi distaccare troppo stilisticamente, è importante scegliere disegnatori adatti e capaci di realizzare tavole in bianco e nero che comunque si rifacciano a uno stile classico. Disegnatori capaci di essere originali in un ambito molto più ristretto, il meglio che la scuola italiana del fumetto può offrire».
C’è una sinergia fattiva all’interno della “scuola aretina” o operate ognuno in maniera autarchica? Fra te, Santucci, Rossi e Civitelli c’è frequentazione, scambio di idee e contenuti…?
«Sicuramente sì. Ogni volta che ci troviamo ci scambiamo opinioni sul reciproco lavoro, il confronto permette di crescere sempre stilisticamente e mantiene vivo il desiderio di fare meglio. A volte ci sentiamo anche per scambiarci informazioni e documentazione su quello che dobbiamo disegnare, non sempre si ha ciò che serve per progredire nella storia. Ognuno di noi lavora nel proprio ambiente, ma nonostante gli impegni ci impediscano di vederci spesso quando ce n’è occasione ci ritroviamo sempre, anche solo per condividere la fatica e l’impegno che Tex richiede».
Le Balze toscane sono state mai “visitate” da Tex? Sarebbero un perfetto scenario western…
«Non credo, Tex si è allontanato poco dagli Stati Uniti, ma potrebbe aver visitato la Toscana tra una storia e l’altra…».
Cosa significa, per un disegnatore di fumetti, inserirsi nella grande tradizione cui Tex appartiene?
«Significa un grande impegno, sia fisico che intellettuale. Tex è disegnato da grandissimi disegnatori, tra i più bravi che il nostro Paese possa annoverare. Disegnare Tex può “spezzare le braccia” e farti venire la voglia di smettere, tale è l’impegno. Sei sempre concentrato a fare del tuo meglio su una storia che non sarà meno di 220 pagine. Inoltre hai anche la responsabilità di mantenerti su uno stile che non si allontani troppo dallo stile con cui è sempre stato disegnato. Molte inquadrature considerate moderne non sono adatte alle avventure di Tex, pertanto devi muoverti con abilità in uno spazio non troppo allargato creativamente… Andremmo a disegnare e a raccontare qualcos’altro. Un grande impegno, che ti ripaga ottenendo il favore dei lettori e la consapevolezza di fare qualcosa che rimarrà nella storia del fumetto. Non mi sembra poco».
Quali sono le tue fonti di ispirazione e chi credi di aver ispirato? È davvero fondamentale, per un artista, questa “storia” del rifarsi o semplicemente del guardare a qualcuno?
«La professione del disegnatore di fumetti inizia ispirandosi sempre a qualcuno, il linguaggio dei fumetti va imparato e assimilato. Il tuo stile sarà un cocktail tra tutto ciò che ti è piaciuto e ti è rimasto dei tanti disegnatori che hai apprezzato. Io mi sono formato su quella che era considerata, negli anni Settanta, la scuola americana, con nomi illustri come Raymond, Prantice, Hogarth, Kubert e così via… Per questo posso affermare di avere uno stile classico, che dosa bianchi e neri a seconda delle situazioni. Sarà poi il lavoro di tutti i giorni a farti fare delle scelte stilistiche, che anch’esse contribuiranno a renderti personale. Chiunque ha qualcosa da insegnarti, e mantenersi aperti creativamente permette di essere sempre in evoluzione».
Tex, insieme a Dylan Dog, è ancora oggi il climax editoriale di casa Bonelli: può essere indice di cosa, questo? Perché nei fumetti il western funziona ancora e nel cinema, specie quello italiano dove un tempo primeggiava, non sembra più nemmeno pensabile?
«È giusto, Tex rimane la testata più apprezzata e venduta della Bonelli. Evidentemente le caratteristiche di questo personaggio continuano a interessare i lettori di fumetti. Il Far West classico rimane sempre uno dei luoghi migliori per vivere l’avventura, un luogo aspro dove gli uomini sono messi a dura prova, sia con i loro simili sia con la natura. Del resto anche la letteratura americana ha continuato a raccontare il West anche in forme più moderne, vedi la trasposizione cinematografica del romanzo Non è un paese per vecchi».
Tex deve niente alla stagione degli Spaghetti Western o è rimasto sempre e solo classicamente yankee?
«Tex è nato alla fine degli anni Quaranta, quindi risente più della grande cinematografia western americana. Non ho letto tutte le storie, non so quindi se gli Spaghetti Western abbiano influenzato le storie, ma sarei più propenso per un no. La forza di Tex è anche quella di essere sempre rimasto fedele a se stesso».
Termite Bianca, di Marco BianchiniParlaci invece di Termite Bianca
«Di Termite Bianca ci sarebbero tante cose da dire, che meriterebbe una intervista a parte. È stato il tentativo di realizzare qualcosa che uscisse dagli schemi del fumetto commerciale. Avendo da sempre una passione per la fantascienza, una volta raggiunta una certa sicurezza e maturità artistica, ho deciso di provare a mettere su carta tutto ciò che mi è rimasto dentro delle letture e degli spettacoli cinematografici che ho visto, cercando di mescolare il tutto in maniera originale. In origine doveva essere un cartone animato, ma una volta preparata la pre-produzione mi sono scontrato con il mondo inaccessibile del cinema italiano, incapace di concepire qualcosa che non fosse solo una macchina per fare soldi al minimo costo. Un mondo deprimente e poco creativo. Così, insieme ai miei collaboratori, abbiamo deciso di provare ad aggirare l’ostacolo, promuovendo il progetto Termite Bianca cominciando da ciò che sapevamo fare meglio, il fumetto. Ed ecco che nasce il sodalizio con Vittorio Pavesio, che in quattro anni edita i primi tre volumi della saga Termite Bianca, nel formato cartonato destinato sopratutto al mercato francese e a quello librario italiano. I volumi sono andati molto bene, grazie anche all’eccellente contributo di Patrizio Evangelisti, che ha dipinto le magnifiche pagine ad acquarello. In questi quattro anni abbiamo anche realizzato un’altro volume che racconta tutto il percorso artistico del progetto Termite Bianca, dai primi studi per l’animazione ai disegni per studiare la versione a fumetti. Un volume ricco di illustrazioni e disegni a colori che si intitola Making of Termite Bianca. Se qualcuno non li trovasse e volesse averli, anche scontati, può contattarmi alla mia mail (gattonero58@hotmail.com), provvederò io stesso a procurarglieli».
…e delle attività della Scuola Comics di Firenze…
«Altro argomento molto vasto. È stata una delle sfide che mi hanno stimolato artisticamente negli scorsi anni. La sede di Firenze è nata nel 1990, ed è stata la prima occasione per portare le attività della Scuola Internazionale di Comics fuori dal circuito romano, dove è nata nel 1979. La Scuola è cresciuta con l’intento di promuovere le più importanti attività professionali legate al disegno, come il fumetto, l’animazione, l’illustrazione e la grafica pubblicitaria. Ho coinvolto i migliori professionisti disponibili nel Centro Italia, e insieme a loro ho strutturato i programmi di insegnamento che negli anni seguenti hanno formato professionisti di tutto rispetto, oggi oramai affermati artisti nei loro rispettivi settori. Oggi la Scuola Internazionale di Comics annovera varie sedi in tutta Italia, c’è infatti la possibilità di frequentare i corsi triennali anche nelle sedi di Roma, Jesi, Pescara, Torino e Padova. Si possono avere tutte le informazioni utili andando sul sito della scuola: www.scuolacomics.it».
Infine, cosa significa e come ci si confronta rispettivamente con l’essere un autore all’interno di una major come la Bonelli e l’essere invece artista indipendente, come nelle serie pubblicate da Vittorio Pavesio?
«Poter lavorare su tutti e due i fronti fa di te un autore completo. Da una parte metti le tue capacità come disegnatore al servizio di una storia scritta da altri, dall’altra puoi sbizzarrirti liberamente a scrivere e disegnare quello che avresti sempre voluto fare, con la speranza che quello che senti di raccontare abbia un valore e sia riconosciuto dai lettori».

Roberto Donati

Tags: Cultura

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