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C’è bisogno di una nuova cultura (e di una nuova politica) anche ad Arezzo

Saturday, 26 July, 2008 · Nessun Commento

Roma nell’ultimo decennio è stata il laboratorio culturale della sinistra radical-riformista-chic. Rutelli e Veltroni hanno accresciuto il falso mito del loro consenso attraverso un’imponente operazione mediatica che si è servita di attori, cantanti, comici, scrittori, architetti, nani e ballerine.
Potremmo dire che soprattutto Veltroni ha messo in pratica fino in fondo il progetto gramsciano, come neanche era riuscito a Togliatti. Un progetto cioè di conquista e mantenimento del potere attraverso il consenso generato dall’intellighenzia capace di influenzare le masse. La sfortuna è che Togliatti poteva contare su Garin e Spriano, Veltroni su Jovanotti e Pippo Baudo, Fanfani su Roberto Benigni e Joan Baez.
Per carità, tutti ottimi professionisti, purtroppo iscritti allo stesso circo politico-mediatico che non ha portato fortuna a Rutelli e Veltroni.
L’idea di “Roma capitale della cultura” costruita con sforzi di paillettes e lustrini e notti bianche (spesso a scapito di altre città governate dalla sinistra, si pensi alla competizione sul cinema con Venezia) è crollata in un baleno. Dietro la cartapesta dei fondali luccicanti, resisteva la Roma povera, quella della suburra cantata da Pasolini, quella popolare, e proprio per questo mille miglia lontano dai vernissage, dalle inaugurazioni, dalla ridondanza delle telecamere.
Roma è stata un laboratorio significativo della incapacità politica della sinistra di fronte all’inasprimento dei problemi reali: la disoccupazione, l’insicurezza, la crisi economica e sociale.
Eppure la cultura resta uno dei fattori determinanti per il rilancio di una città e per migliorare le prospettive e la qualità di vita di un cittadino.
Fallita nel Paese l’offerta culturale (e conseguentemente quella politica) della sinistra, al centrodestra non rimane che raccogliere la sfida della cultura.
Quella della destra è oggi una cultura che solo i più ideologizzati amano definire tout court post-fascista. Una cultura, quella della destra sociale, che ha resistito negli anni meno facili, si è fortificata, spesso si è aperta a nuove influenze e al cristianesimo, ha innervato molto pensiero della destra tradizionale e conservatrice, della cultura leghista, perfino del mondo liberale. E non dimentichiamo che su alcuni temi come l’ecologia non è molto distante dal pensiero della sinistra radicale.
Un politico fa politica proprio perché possiede una propria Weltanschauung, che vuole non imporre bensì condividere. Ciò non impedisce di dare spazio in termini liberali a tutte le culture, ma impone anche di indirizzare l’operato in un verso preciso, cosa che il centrodestra fa quando governa.
Questo scandalizza regolarmente il perbenismo autoritario (quando governa) della sinistra che si appella ormai solo alla Magistratura per riempire il vuoto politico lasciato dalla sua crisi culturale.
Proprio per questo il centrodestra di oggi, vinta la sfida politica, deve vincere la sfida culturale, come responsabilità chiara, precisa e coerente della propria storia e della propria tradizione.

Antonino Armao

Tags: Cultura · Generale · Politica

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